Molto tempo fa qui c’era un uomo. Quell’uomo soffriva, si arrabbiava, aveva paura… proprio come te.

Prima che Alessandro Magno partisse alla volta dell’India, il suo maestro, il grande Aristotele, gli aveva chiesto di portargli un dono molto particolare: uno yati (detto anche sannyāsin), ovvero un asceta.
Mentre l’occidente aveva infatti prodotto grandi guerrieri, l’oriente aveva prodotto grandi ricercatori spirituali.
Ed Alessandro era molto affascinato dalla descrizione che gliene aveva fatta il suo maestro.
Nel gennaio del 326 a.C. Alessandro, presso il fiume Indo, si ricordò di quella richiesta.
Entrato in una taverna con alcuni suoi soldati chiese se da quelle parti vivesse qualche sannyāsin.
“Esiste uno yati molto famoso – rispose qualcuno- si chiama Dandamis e vive poco lontano da qui, sulla riva del fiume”.
Alessandro mandò alcuni soldati a cercarlo.
Dandamis viveva nudo e si racconta fosse una persona bellissima.
I soldati si avvicinarono e chiesero all’asceta di seguirli spiegando che Alessandro Magno in persona lo voleva suo ospite e che avrebbe provveduto ad ogni suo bisogno.
Ma l’uomo cominciò a ridere ed esclamò “Dandamis non segue più nessuno, non va più da nessuna parte, ormai è arrivato a casa”.
I soldati, credendo che l’uomo fosse pazzo, tornarono alla taverna per riferire ad Alessandro, il quale si alzò dal suo tavolo e si incamminò verso il luogo dove stava quello yati, per conoscere egli stesso chi fosse l’uomo tanto folle da aver rifiutato di vederlo.
Una volta giunto vide Dandamis sdraiato vicino al fiume, si avvicinò e gli disse “I miei soldati mi riferiscono che hai rifiutato il mio invito. Verrai con me come mio ospite o come prigioniero: scegli”
Il sannyāsin alzando gli occhi, quasi infastidito, rispose: “Puoi forse rendere prigioniera la libertà?”
A quel punto Alessandro estrasse la spada ed a gran voce esclamò “Se scegli di rimanere qui, l’unica cosa che sarà libera sarà la tua testa! Quando la taglierò sarà libera di cadere e rotolare al suolo”.
Dandamis si alzò e iniziò tranquillamente a parlare.
“Molto tempo fa qui c’era un uomo. Quell’uomo soffriva, si arrabbiava, aveva paura… proprio come te. Un giorno a quell’uomo capitò qualcosa di terribile: tutta la sua famiglia venne sterminata.
La casa dove abitava, bruciata.
In una notte quell’uomo aveva perso quasi tutto… quasi, infatti una cosa era ancora rimasta: se stesso.
Qualcuno gli disse che egli, adesso, avrebbe potuto contare solo su se stesso.
Quell’uomo allora cominciò a cercare quel ‘se stesso’: per tanti anni ricercò se stesso con un ardore che non lo lasciava neppure riposare.
Ed una notte si rese conto che quel se stesso non esisteva.
Hai mai amato qualcuno Alessandro? In quei momenti… c’è forse qualcuno che ama e qualcuno che viene amato?
Osserva bene: quando ami non ci sono due persone. E finché quelle due persone sono presenti… o anche solo una delle due è presente… non può esserci amore.
Se c’è amore, non c’è nessuno. C’è solo amore.
In quell’amore Dandamis è scomparso e non si è più ritrovato.
Per cui, fai in fretta il tuo dovere: separa questa testa da questo corpo.
Dandamis non abita più qui da molto tempo ormai: è il mondo che sta abitando momentaneamente in lui”.
Alessandro abbassò la spada: “E’ strano Dandamis: non conosco l’amore di cui parli, eppure ho compreso le tue parole. In questo momento ogni mia conquista mi sembra niente in confronto al tuo regno.
Quando il mio maestro mi chiederà se ho trovato uno yati, gli dirò semplicemente la verità: non ho trovato ‘nessuno’.
E so di per certo che lui non capirà.
Poiché come me, anche Aristotele non sa nulla di libertà e di amore”.
Pronunciate quelle parole Alessandro salutò quel sannyāsin e ripartì alla volta di Takshashila, nel regno di Gandhāra.